Home Le nostre rubricheIl diario di Sonia Caso Weinstein: perché non siamo tutte Asia Argento

Caso Weinstein: perché non siamo tutte Asia Argento

di Sonia D'Agostino

Dopo le polemiche che l’hanno travolta per il caso Weinstein, Asia Argento si è sfogata in tv e ha annunciato di voler lasciare l’Italia: “Non vedo cosa ci sto a fare, tornerò quando le cose miglioreranno per combattere le battaglie con tutte le altre donne”, ha detto. Le accuse contro il produttore Harvey Weinstein, si moltiplicano, Alyssa Milano ha lanciato la campagna “Me too” che sta raccogliendo storie e sostegni a donne vittime delle presunte violenze.
Per strada non si parla d’altro. Oggi, al bar, mi hanno chiesto cosa ne penso.

Premesso che le violenze , che siano tentate o perpetrate, che siano fisiche o psicologiche, sono sempre da condannare, e questo è un dato di fatto,  il problema quando nasce? Quando le violenze non vengono denunciate. Certo, ci sono mille motivi per i quali spesso le donne non denunciano e preferiscono il silenzio: paura di ritorsioni, una giustizia che spesso latita e non fa sentire protette, timore verso i figli, paura di vendette sul lavoro, e perché no il giudizio altrui.

Ma c’è un limite a tutto. Anche alla paura. Sempre se di questo si tratta.

Qualche riflessione.

In primo luogo, se subisci un abuso da uno sconosciuto mentre sei per strada va da sé che lo denunci alla Polizia. Direi che si tratta quasi di un automatismo. Se l’abuso lo subisci sul posto di lavoro hai due alternative: o ti ribelli o cedi. Anche in questo caso davvero restare zitte anche solo per paura può salvarci? Perché così, non solo ad abuso segue altro abuso, ma va anche a finire che passi dalla parte del torto. Va’ a spiegarlo, poi, che hai avuto paura. Magari nel frattempo hai ottenuto una promozione. Allora, qual è il punto di rottura?

Difendersi significa anche stare attente ad evitare occasioni che possono venirsi a creare con persone in grado di andare oltre il consentito. E noi donne lo sappiamo benissimo. Le riunioni si fanno in ufficio: va da sé che, se un capo ti propone di raggiungerlo in albergo, qualcosa non torna. E sappiamo benissimo anche che l’ingenuità non solo non paga, ma è anche poco credibile.

Nel caso Weinstein, quanto “l’abito” ha avuto un ruolo primario? Il fatto che fosse produttore e non, ad esempio, un benzinaio, potrebbe aver indotto a stare in silenzio invece di denunciare tutto subito? Attenzione, non sto dicendo che non sia accaduto e non sto giustificando nessuno. Mi domando solo perché aspettare così tanti anni e restarsene in silenzio prima di denunciare l’accaduto. Parlarne forse avrebbe aiutato anche altre donne e avrebbe magari evitato questa catena riprovevole di presunti abusi e di conseguenti denunce.

Ma soprattutto noi donne dovremmo imparare a difenderci non tanto – e non solo – dagli uomini. Il mondo è pieno di persone che usano il loro corpo per avere un qualunque tornaconto. Per carità, ognuno è libero di vivere la vita come meglio crede e di usare il proprio corpo nel modo che gli è più congeniale. Il problema è che poi si fa di tutta un’erba un fascio ed è un attimo trovarsi di fronte a chi, solo perché sei donna e magari anche carina, si sente in diritto di molestarti. Il mostro sarà sempre lui, non mi stancherò mai di ripeterlo. Ma non è possibile subire violenze e denunciarle anni dopo. Dopo premi, riconoscimenti importanti, tv, fama e quant’altro. No, questo ritengo non sia giusto, ma non per una questione morale. Ma per rispetto per tutte quelle donne vittime di quella violenza che non conosce premi Oscar, passerelle, spot, riviste patinate e serate di gala.

(Foto by www.lastampa.it)

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