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L’abito non fa il monaco?

di Marta Sannito

Si dice comunemente che “L’ABITO NON FA IL MONACO” per dire che non bisogna soffermarsi all’apparenza per scoprire la persona che si ha di fronte. In senso figurato significa che non bastano i segni esteriori a garantire la sostanza interiore, che quello che appare può essere illusorio e che bisogna quindi diffidare.

Ma io ho l’impressione che il proverbio  non corrisponda sempre alla realtà.

Gli studiosi di psicologia della moda sostengono da sempre la teoria che cio’ che indossiamo non solo dimostra la nostra personalita’ ma anche che possa modificare notevolmente il nostro stato d’animo e in generale il nostro approccio alla vita.  L’idea e lo spunto per una  riflessione sulle tendenze che caratterizzano il modo di vestire del manager moderno, è  di Copernico, società che offre spazi di lavoro e di incontro al mondo delle aziende.

Cosa dobbiamo indossare a lavoro nella società digitale? Come ci si deve vestire in ufficio?

La nota diffusa dalla società milanese invita innanzitutto a fare riferimento alle linee guida dettate dal bestseller «Dress for Success» scritto da John T. Molloy nel 1975. Il libro tratta  l’effetto dell’abbigliamento sul successo di una persona nel mondo degli affari e nella vita personale. Nell’ambiente di lavoro, questo il dogma partorito dall’autore americano, è necessario vestirsi in abiti formali, non solo per una questione di decoro, ma anche perché più l’abito rispecchia la nostra professionalità, più sarà facile avere successo. Questo modello, quarantuno  anni dopo, è ancora valido? Se guardiamo alle risultanze di una ricerca  della School of Management della Yale University pubblicata nel 2014, sembrerebbe di sì. Vestirsi in modo “professionale” aumenterebbe la concentrazione e la sicurezza, accrescendo così le prestazioni sul lavoro. C’e’ una spiegazione di natura psicologica dietro l’indicazione che emerge dallo studio in questione, ripresa da Forbes e riconducibile a Karen Pine, fashion psychologis e professoressa alla University of Hertfordshire. «Quando si indossa un capo di abbigliamento – dice l’esperta – solitamente si adottano le caratteristiche ad esso associate. Gran parte dei nostri vestiti ha un significato simbolico: che si tratti di abbigliamento professionale o di abbigliamento da weekend, quando lo indossiamo, induciamo il cervello a comportarsi in modo coerente con quel significato». Mi risulta per esempio che trovare un lavoro alla City di Londra non è mai stato facile, ma molti candidati brutalmente respinti dopo un frettoloso colloquio hanno ora finalmente scoperto la ragione del loro insuccesso: indossavano scarpe marroni. Il governo britannico è molto attento alla «mobilità sociale» e cerca con lodevole caparbietà di scoprire quali sono i pregiudizi e le discriminazioni che impediscono sempre di più alle classi meno agiate di accedere ai ceti più elevati. Nel suo ultimo rapporto, la Social Mobility Commission ha  scoperto che non c’è nessuna possibilità di essere assunti alla City se non si osserva la vecchia regola del «no brown in town», niente marrone in città.   Chi crede di poter maneggiare miliardi di sterline indossando un paio di scarpe marroni si sbaglia di grosso: gli investitori non mettono i loro soldi nelle mani di chi porta cravatte sgargianti o crede che abbinare blu e marrone sia un bello spettacolo. Quando si riceve un cliente, lui non sa nulla di te e ti giudica per come appari. Se hai un abito scuro e scarpe nere, che non dicono nulla della tua personalità, sei uno della finanza; se hai addosso troppi colori chissà da dove vieni e, soprattutto, dove finirai: magari passi le notti a giocare al poker online.  Alla City, come a Wall Street in America, l’abito fa ancora il monaco e chi non ne tiene conto al momento dell’assunzione fa una brutta fine.

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Giacca e cravatta, insomma, rimangono un punto fermo dell’essere manager anche nella società globalizzata, sempre più tecnologica e social e votata all’estrema flessibilità operativa? Non esattamente. Una testimonianza contro, per esempio, arriva da Jennifer Baumgartner, psicologa e autrice del libro «You Are What You Wear: What Your Clothes Reveal About You» (letteralmente «Sei ciò che indossi: cosa rivelano di te i tuoi vestiti»). «Tutti gli studi in materia – dice – sono basati sulle dichiarazioni degli stessi lavoratori. Non esiste nessuno studio scientifico assoluto che dimostri che l’abbigliamento abbia realmente un impatto sulla produttività e sul successo».

Il dibattito è più che aperto, insomma, e a favore di un «dress code» che rifugge ai canoni classici vi sono, fra i tanti, i casi di Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, e di Barak Obama. Personaggi, soprattutto il primo, che hanno l’abitudine di vestirsi in modo casual sul lavoro, con un abbigliamento che segue il cosiddetto «capsule clothing», e quindi l’abitudine (studiata) di vestirsi sempre con gli stessi vestiti o modelli. Una moda che, fanno notare da Copernico, si è ormai diffusa rapidamente tra i piani alti delle grandi società americane e anche (se non soprattutto) nella comunità dell’innovazione tecnologica a stelle e strisce. Peter Thiel, uno dei maggiori investitori della Silicon Valley, ha introdotto in tal senso una nuova “regola”: mai investire in un Ceo che indossa un abito formale.

Addio ai capi firmati e ai classici vestiti indossati dai manager, alle giacche, ai look impomatati: oggi i grandi leader d’azienda, alcuni di loro perlomeno, si vestono con felpa e cappuccio, con le t-shirt o al massimo le polo. Chi non ricorda Steve Jobs, il capo carismatico di Apple, e le sue maglie nere che indossava a ogni appuntamento pubblico della società della Mela con migliaia di sviluppatori e partner? Per il fondatore del colosso di Cupertino il look era una sorta di marchio distintivo per renderlo più riconoscibile. E questo approccio è di molti uomini d’affari e politici, la cui notorietà passa anche per la coerenza nel vestirsi, coerenza che diventa brand identity. L’abito (formale) non fa il manager, verrebbe da dire, e una chiave di lettura del fenomeno l’ha data proprio il presidente degli Stati Uniti in un’intervista a Vanity Fair: «Non voglio prendere decisioni su quello che mangio o indosso. Perché ho troppe altre decisioni da prendere». Risparmiare tempo ed energie nel vestirsi per dedicare queste risorse a ciò che è davvero importante, insomma. Ne era convinto anche Albert Einstein, che si vestiva sempre con varie versioni dello stesso abito grigio perché non voleva sprecare energie intellettuali per un’attività banale come scegliere il proprio “outfit” ogni mattina.

Ebbene si dice che l’abito non fa il monaco, ma quanti vedono l’abito e quanti il monaco? Non possiamo rispondere con certezza… ma sono molto d’accordo con Mark Jacobs: <i vestiti non significano niente finche’ qualcuno non ci vive dentro>.

di Marta Sannito

 

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