Home Lei e lui Quel “passo indietro” di Amadeus a Sanremo

Quel “passo indietro” di Amadeus a Sanremo

di Federica Venni

C’è sempre molto rumore intorno a Sanremo, ma è sempre molto rumore per nulla.

Quest’anno la parola più abusata della storia della lingua italiana – sessismo e derivati – è atterrata anche sul palco dell’Ariston. Anzi, al palco ancora non ci è arrivata, siamo fermi a giornali, conferenze stampa, tweet e lettere di denuncia.

Sul quel “passo indietro” che consegnerà Amadeus alla storia (capitolo “Maschilisti d’Italia”) facciamo un passo indietro: la faccenda è ormai arcinota e non entriamo nel merito. Lo hanno già fatto in molti: femministe veraci, femministe a singhiozzo, ministre, deputate, maschilisti per davvero, maschilisti per partito preso, qualunquisti, haters di professione, moralisti d’occasione e via discorrendo.

Lasciamo a chi legge l’ardua sentenza. Idem per la vecchia canzone tanto-per-cambiare sessista di Junior Cally: qui si sono cimentati analisti del rap, filosofi del pensiero musicale, linguisti, filologi e maestri del retro-pensiero.

Per non parlare dello scottante caso Rula Jebreal che ha monopolizzato i social per giorni: Rula sì, Rula no, Rula boh.

Per fortuna che al Festival non manca ancora molto, altrimenti chissà cos’altro salterebbe fuori: che Amadeus alle medie ha alzato la gonna alla compagna di banco o che la canzone di Achille Lauro, Me ne frego, è in realtà il remake di uno stornello nero. Chi resta incredulo davanti alle professioniste (o ai professionisti) dell’idignazione potrebbe pensare “io le donne non le capisco”. E invece di incomprensibile, in tutte queste polemiche, c’è il bersaglio.

Perché piuttosto che parlare del fatto che a Sanremo su 24 concorrenti le donne sono soltanto sette, si preferisce parlare del gineceo di co-conduttrici (cacofonia gallinesca) che accompagnerà Amadeus. Lo scorso anno le artiste in gara erano sei e Patty Pravo, che non ha peli sulla lingua, lo disse chiaro e tondo: “Potevamo essere un po’ di più. Si fa tutto questo parlare di uguaglianza ma poi siamo sempre là”. Cioè fermi al punto in cui la risposta scientifica arrivò da Francesco Renga: “È una questione fisica, di vocalità, la voce maschile è una voce più armoniosa, le voci femminili belle, aggraziate, sono meno di quelle maschili”. Questione di ugola, insomma. Intanto, per tornare a quest’anno, circola una lettera-anatema firmata da ben 29 deputate di tutti partiti che chiedono le scuse di Amadeus. Se tutto questo impegno bipartisan venisse speso per ridurre il gender gap a quest’ora saremmo la Svezia: tutte con carriere e stipendi da urlo che allora sì i maschi italiani potrebbero dire “a casa non conto una mazza” (semi-cit. sempre Amadeus). 

Ps. le cantanti in gara, quest’anno, sono:

Elodie che “dici sono una grande stronza che non ci sa fare”, Elettra Lamborghini “innamorata di un altro cabron”, Giordana Angi con una lettera dedicata alla mamma, Irene Grandi che “se vuoi fare sesso facciamolo adesso”, Levante che racconta “la femminuccia” della classe, Rita Pavone che “meglio cadere sopra un’isola”, Tosca che ha “amato tutto”.

In attesa di ascoltarle ricordiamoci che Nilla Pizzi vinse ben due edizioni consecutive di Sanremo, la prima e la seconda. Tempi gagliardi per noi femmine, anche se gareggiava praticamente solo lei. 

Federica Venni
Giornalista Freelance
Instagram: @postibelliamilano
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