Home Carriera e dintorni Siamo proprio sicure che le donne siano il “sesso debole”? Ne abbiamo parlato con Fiorenza ed Enrico Sarzanini.

Siamo proprio sicure che le donne siano il “sesso debole”? Ne abbiamo parlato con Fiorenza ed Enrico Sarzanini.

di Prisca Civitenga

Ospiti: Fiorenza ed Enrico Sarzanini

Continua la nostra finestra sulle “donne che ce l’hanno fatta”. Ospite a Io le donne non le capisco, il salotto del sabato condotto da Sonia D’Agostino, Fiorenza Sarzanini, una delle firme più importanti del giornalismo italiano, vicedirettrice del Corriere della Sera. Fiorenza è una donna sicuramente molto determinata, dalla spiccata intelligenza e dalla grande sensibilità, diremmo una donna di successo, che ha realizzato il sogno che aveva da bambina, quello di diventare giornalista seguendo le orme del padre. Ma Fiorenza non è un robot d’acciaio, come tutti ha le sue fragilità e nel suo libro Affamati d’amore si è messa a nudo, raccontando i disturbi alimentari con i quali ha combattuto da giovane. Parlando con Fiorenza sembra impossibile che la dona possa essere ancora considerata il “sesso debole” e per avere un contraltare maschile abbiamo invitato anche suo fratello, Enrico Sarzanini, anch’egli giornalista. Insieme a loro i compagni di sempre: Loredana Petrone, Alberto Laurenti e Giulio Violati.

 

La società è molto cambiata negli anni dai “tempi delle mamme” sottolinea Sonia D’Agostino, e Fiorenza Sarzanini fa notare che al Corriere della Sera ci sono due vicedirettrici, Barbara Stefanelli, che è il vicario, e poi lei stessa: “Nel lavoro, come nella vita privata non si può parlare di sesso debole, mi pare che ci sia un’emancipazione reale delle donne”. La conduttrice commenta il messaggio di un ascoltatore che sostiene che le donne hanno l’animo più cattivo degli uomini e la giornalista commenta: “forse per questo, è chiaro che nel momento in cui uno deve farsi valere, deve tirare fuori tutto quello che ha, anche la cattiveria. Io preferisco una persona cattiva, che so che è cattiva, ad una che sa essere finta buona”.

Ma le donne capo sono veramente cattive? Enrico Sarzanini, giornalista radiofonico e di carta stampata: “a me sta capitando frequentemente di incontrare sul lavoro donne responsabili, in ruoli apicali come Fiorenza, in tantissime occasioni. Non direi cattive, ma molto determinate, però non mi trovo in difficoltà, forse noi maschi non siamo abituati.”

Interviene la psicologa Loredana Petrone: “su un piano completamente diverso, che non è quello lavorativo, ma quello relazionale, delle difficoltà ci sono. Relativamente alla trasformazione sociale, oggi troviamo, ad esempio, delle donne primario, prima era più raro trovare il femminile che rivestisse ruoli apicali e il maschile si è trovato impreparato davanti a questa trasformazione che ha iniziato ad avvenire così velocemente dagli anni 60 in poi. Io credo che un ruolo importante l’abbia rivestito la pillola contraccettiva che ha operato una grossa trasformazione personale, di consapevolezza, una visione a 360 gradi della propria persona e della propria sessualità, dell’emancipazione del femminile. Io non sono una femminista, ritengo che ci sia un’uguaglianza nella diversità, il maschile e il femminile sono diversi pur essendo incredibilmente uguali. E il maschile è impreparato alla trasformazione del femminile che è stata così repentina. Ci sono degli adolescenti che vengono in studio da me che mi sconvolgono, perché hanno una visione incredibilmente maschilista, questo non lo puoi fare, questo non lo puoi dire, così non ti puoi vestire, mi sembra di essere ritornata negli anni Trenta, è quello che diceva mia nonna classe 1908”.

Parlando del suo ambito lavorativo Enrico Sarzanini rileva che nel mondo del giornalismo c’è una grande presenza femminile, il gap di genere è molto meno marcato: “ci sono molte donne in carriera, che hanno fatto una brillante carriera, hanno visibilità e la meritano”. Per fratello e sorella giornalisti è stata fondamentale la figura del padre, Mario Sarzanini, un punto di riferimento assoluto per la cronaca giudiziaria nel nostro paese, che ha seguito a lungo per l’agenzia giornalistica ANSA, raccontando la storia d’Italia, dal terrorismo degli anni Settanta alle stragi di Piazza Fontana e di Bologna, il caso Moro, Tangentopoli, le stragi di mafia, i delitti più controversi. “Nonostante fosse capo della giudiziaria, mio padre ha sempre rifiutato il lavoro d’ufficio, doveva stare in tribunale e in sala stampa, quello era il suo luogo”, racconta Fiorenza Sarzanini, “mio padre doveva stare sul posto, incontrare le persone, instaurare rapporti di fiducia con le fonti. Io da piccolina ho sempre voluto fare la giornalista. Quando avevo 14 anni facevo un gioco, se succedeva qualcosa di importante scrivevo un articolo, come fossi una giornalista, e aspettavo che mio padre tornasse a casa, a volte anche a tarda notte, per farglielo vedere e chiedergli se andava bene. Dopo la scuola, a 19 anni, mentre frequentavo l’università, ho iniziato ad andare in tribunale appresso a lui. Come donna io non ho mai faticato nel mio lavoro, forse perché il campo del mio mestiere era molto maschile e sono stata abituata subito a rapportarmi con i miei colleghi maschi. Non c’è mai stato un problema di genere e anche nella progressione ha sempre contato il fatto che io fossi molto determinata e anche molto dedicata, quindi partivo alla pari e siamo arrivati alla pari, in alcuni casi io più avanti”.

Sonia D’Agostino sottolinea come non tutte le donne hanno la possibilità di partire alla pari, nella sanità, ad esempio, fino a poco tempo fa ad esempio alle donne non era permesso entrare in sala operatoria, oggi ci sono donne primario, ma sono ancora poche, cosa si può fare? “Io sono contraria alle quote rosa”, afferma Fiorenza Sarzanini, “questa cosa tipo panda in estinzione. Penso che via via si stia allargando, per fortuna, la possibilità per le donne di farsi valere. Ma probabilmente anche le nostre mamme avevano una mentalità diversa, tutto si evolve. Sbagliamo a farne una questione di genere, secondo me conta il valore, che una donna arrivi ad un ruolo apicale e poi non sia capace, allora per me è meglio un uomo. Non vorrei che il gender gap diventi un alibi, premiamo le persone capaci, maschi e femmine”.

Fiorenza Sarzanini è una donna realizzata, ha una brillante carriera, una figlia, un matrimonio alle spalle, un nuovo compagno, ma ha avuto momenti di fragilità. A 23 anni ha avuto disturbi alimentari, combattendo contro l’anoressia, un’esperienza che ha volto raccontare prima in un podcast, Specchio, ed ora nel libro Affamati d’amore: “l’ho fatto apposta proprio ora, perché sono realizzata, risolta. E perché mi sono accorta durante la pandemia migliaia di bambini e di adolescenti hanno sviluppato disturbi alimentari, sono aumentati atti di autolesionismo e tentativi di suicidio. Volevo accendere una speranza, perché il percorso è faticoso, ma se ti fai aiutare riesci a salvarti”. La vicedirettrice del Corriere della Sera ci racconta la sua storia: “avevo 23 anni, stavo realizzando il mio sogno di fare giornalista, avevo un contratto a Il messaggero. Stavo bene, avevo tanti amici, una famiglia amorevole, da poco era nata la mia nipotina, facevo sport, apparentemente era tutto perfetto, ma qualcosa dentro di me si era rotto. Ho perso molti chili, ma io non ne avevo nessuna contezza, mi pesavo e mi guardavo allo specchio, ma non vedevo nulla. Come racconto nel libro, dopo una vacanza in Grecia e Turchia ho visto una diapositiva mentre ero al mare e non mi sono riconosciuta, ero bianca, emaciata, facevano 40 gradi e avevo addosso una felpa. Ho chiesto ai miei genitori: chi è quella lì? Ero io, per me è stato un colpo, un trauma”. La conduttrice cerca di capire quali siano stati i motivi che hanno scatenato il disturbo, forse il perfezionismo? Fiorenza risponde: “io non ho mai indagato sulla causa, il perfezionismo? Può darsi, anche quella era una sfida, ma la sfida della vita l’avevo già vinta, avevo un contratto con una testata importante. Può essere una piccola cosa che scatena tutto, un granellino che inceppa il meccanismo. Non devono esserci sensi di colpa, né da parte dei genitori, né da parte dei ragazzi che si colpevolizzano e compiono atti di autolesionismo. Le famiglie sono devastate da questo, ma se ne può uscire, se ne deve uscire tutti insieme, in modo pacato, tranquillo e consapevole”.

Sonia D’Agostino chiede come hanno reagito i genitori di Fiorenza: “Mi parlavano certo, ma all’epoca non si conoscevano i disturbi alimentari, si sottovalutava il problema, mia mamma me lo ripeteva in continuazione, ma io non li stavo a sentire. All’epoca rivolgersi ad uno psicologo voleva dire che eri matto. Se mangiavi troppo o troppo poco pensavano o che facevi i capricci oppure che eri matto. Questo pregiudizio c’è ancora. Io sono stata curata da un eccellente internista, che ha saputo curare anche la mia mente. Oggi c’è maggiore attenzione verso i disturbi alimentari e il trattamento prevede un approccio multidisciplinare”. Loredana Petrone spiega che a volte è difficile trovare le cause scatenanti: “può darsi che per una semplice situazione di stress emotivo ad un certo punto smetti di mangiare, il cibo non più determinante e poi vai in loop. Poter controllare la fame ti dà una sensazione di onnipotenza”. Conferma Fiorenza Sarzanini: “sì è una mania del controllo, la privazione del cibo è una tortura, ma chi non mangia dimostra di avere un grande autocontrollo, di essere forte.”

I disturbi alimentari sono spesso associati al genere femminile, ma invece colpiscono anche molti uomini, come racconta Fiorenza nel suo libro-inchiesta. I maschi mascherano meglio e molti soffrono di vigoressia, si allenano fino allo sfinimento per bruciare tutte le calorie che assumono. Un altro fenomeno inquietante su cui si sofferma la giornalista nel libro è quello dei gruppi pro-ana, molto attivi sul web, che inneggiano all’anoressia. Adescano giovani sui social, poi attraverso le chat spingono a fare gare a chi dimagrisce di più, danno consigli su come evitare di mangiare, bevendo acqua ghiacciata o ingerendo perfino carta igienica, svelano i trucchetti per ingannare medici e genitori. Una spirale infernale, difficile da controllare, che può portare solo all’autodistruzione. In Italia c’è ancora molto da fare, esistono solo 3 centri specializzati e la domanda è altissima, le famiglie si arrangiano come possono. Fiorenza conferma il suo impegno per porre i riflettori su quella che considera una vera emergenza: “Mi sono messa in campo, voglio realizzare anche altri progetti e dare speranza a chi soffre. Io so come ci si sente, e so che con il giusto sostegno puoi guarire e rinascere”, afferma con un sorriso aperto, luminoso e confortante che diventa subito contagioso.

Lasciamo l’ultima riflessione all’amico, attore e cabarettista Luciano Lembo con la sua poesia Il sesso debole.

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